Introduzione
Maryam, donna di 53 anni, nata in Iran, cresce a Boston dove la famiglia della media borghesia iraniana si trasferisce quando lei è bambina.
Seconda di cinque fratelli, sin dall’adolescenza è motivata e si impegna prima nello studio e poi in una carriera lavorativa che la porta a raggiungere posizioni dirigenziali di coordinamento e responsabilità nell’ambito della moda, vissute come fonte di forte gratificazione e conferma; proprio nel contesto lavorativo americano conosce e sposa Edoardo.
Mentre, con il trascorrere degli anni, i ritmi lavorativi e le responsabilità diventano sempre più serrati, nella coppia si affaccia il desiderio di avere dei figli.
Nel 2007 Edoardo viene trasferito per lavoro in Italia e Maryam, per poterlo seguire, decide di licenziarsi. Nella fase iniziale nega la rinuncia e il cambiamento, intellettualizzando attraverso l’idea che “sarà solo una lunga vacanza”. La mancata elaborazione dei vissuti la porta ad una gravidanza e all’impegno della maternità. A questo si aggiungono le difficoltà di comunicazione per la lingua, l’isolamento sociale, l’assenza del marito, che è sovente lontano da casa per lavoro, e la mancanza del supporto della famiglia d’origine, che si trova a migliaia di chilometri di distanza.
Evoluzione del consumo di alcol
Il consumo di alcol comincia nel periodo bostoniano dall’età di 22 anni, in contesti sociali, con frequenza sporadica ma in quantità significative. L’alcol in tali occasioni funge da sostanza distensiva e disinibente, che favorisce le interazioni.
In Italia, fin dalla nascita del primo figlio, il consumo di alcol si mantiene modificandosi progressivamente in termini di donazione di senso, effetti ricercati, frequenza e quantità: l’uso avviene quasi quotidianamente e in solitaria, inizia al bar nel tardo pomeriggio; prosegue la sera, una volta concluse le incombenze legate alla cura dei figli e della casa e si conclude con l’addormentamento.
Dal 2012, con l’arrivo della secondogenita, che fatica a dormire e mostra difficoltà nell’inserimento al nido, le sensazioni di isolamento, fatica e frustrazione incrementano ulteriormente.
Col passare del tempo si modificano le caratteristiche di assunzione della sostanza d’abuso, c’è un viraggio verso alcolici a più alta gradazione, il consumo di vodka si sostituisce a quello di prosecco, arrivando a 5 unità alcoliche/die.
In questa fase Maryam sembra aver trovato una sorta di “terapia” nei confronti della sensazione di isolamento e di vuoto perché il maggior effetto procurato dalla sostanza le crea una lieve disinibizione che la fa sentire legittimata a contattare telefonicamente amici e familiari distanti, annullando la sensazione altrimenti percepita di sentirsi un peso.
Dinamiche familiari e stallo
A questo punto per Maryam la sostanza rappresenta “un amico, un antidepressivo, un rifugio” che le permette di minimizzare e mascherare la sofferenza emotiva. L’ingravescenza degli effetti negativi prodotti dall’alcol (disordini cognitivi, agitazione, disturbi del sonno e un incremento dell’irascibilità soprattutto nei confronti del marito) fa sì che all’esterno si accorgano del consumo: soprattutto Edoardo, che al rientro a casa dal lavoro si confronta con questo nuovo atteggiamento. Al disappunto del marito Maryam risponde con una negazione ostinata che viene disconfermata anche dall’odore di alcol che Edoardo rileva in lei e nell’ambiente. La conflittualità all’interno della coppia aumenta, in un primo momento i partners mantengono un’attenzione minimamente protettiva nei confronti dei figli, posticipando i litigi nelle ore notturne all’interno della loro stanza; nel breve periodo i litigi diventano più frequenti e importanti.
Nonostante la gravità della situazione, la proiezione della coppia sull’esterno, unita alla negazione, fa sì che trascorrano dieci anni durante i quali la routine lavorativa del marito e le incombenze casalinghe e genitoriali di Maryam sembrano dare un senso di normalità all’agire quotidiano.
Quando la crescita dei figli e la loro autonomizzazione riduce l’impegno quotidiano di Maryam ormai è rimasto solo l’alcol a dare un senso alla nuova condizione di vuoto.
A livello ideativo Maryam verbalizza una possibile ripresa dell’attività lavorativa e un possibile impegno in nuove “passioni”, ma ormai la sostanza è entrata totalmente nell’organismo, nella mente, negli affetti e nelle relazioni di Maryam e la sua nuova condizione è di stallo.
Su sollecitazione del marito, Maryam riesce a trovare sufficiente motivazione dentro di sé per contattarci e chiedere una presa in carico. A questo punto la situazione che si presenta in IEuD è quella di un disturbo da uso di alcol, esordito circa 30 anni fa, problematico da almeno 15 anni, con un ulteriore peggioramento del quadro negli ultimi tre.
Il trattamento
Maryam effettua a febbraio presso il nostro centro l’assessment multidisciplinare: un colloquio con il Tecnico della Riabilitazione Psichiatrica, in lingua italiana e in presenza del marito; un colloquio psicologico clinico e una visita psichiatrica, svolti in lingua inglese su richiesta della paziente; richiesta che accogliamo per favorire la creazione di un’iniziale alleanza terapeutica.
La proposta trattamentale al termine dell’assessment tiene conto della gravità del consumo (in termini di durata, frequenza e quantità), della presenza di figli minori e del coinvolgimento attivo di un familiare di riferimento.
Si propone come trattamento iniziale di elezione il ricovero per disintossicazione, sia per la gravità della situazione, sia per rendere Maryam consapevole dell’esistenza di uno strumento che consente di raggiungere l’astensione iniziale in un contesto protetto, riducendo la fatica.
Tuttavia fin da subito questa strada appare non percorribile: la paziente rifiuta la proposta, rifugiandosi nel ruolo di madre e moglie per non affrontare la separazione dalla sostanza.
Tale passaggio offre uno spunto di riflessione a noi professionisti: non è sempre facile, quando si opera nell’ambito della salute mentale e, in particolare, dell’addiction, confrontarsi con la discrepanza tra ciò che riteniamo potrebbe essere utile per i pazienti (e per la tutela dei figli minori) e la loro realistica adesione alla nostra proposta di cura, modulata dal legame con la sostanza, dalle modalità di difesa psichica e dalle dinamiche relazionali familiari. Ma tocca farlo, mantenendosi in equilibrio tra il potenziale dello strumento trattamentale, la forza espulsiva di una decisione drastica e insindacabile e la necessità che le condizioni trattamentali siano tollerabili per il paziente nel qui ed ora, al fine di ridurre il rischio di drop-out.
A fronte del prevedibile rifiuto di Maryam si decide in seconda battuta di provare a proporle un percorso ambulatoriale, caratterizzato da:
- visite medico-psichiatriche volte sia a monitorare lo stato di intossicazione dell’organismo (attraverso l’esecuzione di esami laboratoristici, strumentali e dell’esame della matrice cheratinica) sia ad impostare una terapia farmacologica;
- sedute di psicoterapia a cadenza settimanale mirate a sostenere la motivazione e individuare strategie di compenso atte a controbilanciare il consumo di alcol;
- colloqui con il marito, volti a fornire allo stesso informazioni di carattere psicoeducativo rispetto al problema di dipendenza e in generale a monitorare il contesto familiare;
- colloqui congiunti alla coppia, volti a tracciare o riprendere motivazioni, aspettative e dinamiche relazionali.
Le sedute di psicoterapia rappresentano per Maryam uno spazio in cui sentirsi accolta, compresa e dove portare la frustrazione della vita attuale, per provare a rimodellarne la quotidianità.
Maryam, che inizia il trattamento nella primavera, raggiunge in breve tempo l’astensione, anche grazie all’agire di un sostegno e controllo esterno concordato dall’équipe con il marito e di una maggiore presenza della famiglia di origine, che riduce la sensazione di isolamento.
Il coinvolgimento dei familiari nel trattamento delle dipendenze è fondamentale perché l’osservazione e la conoscenza dei meccanismi relazionali all’interno della famiglia ci permette di modulare la vicinanza/distanza terapeuticamente utile della stessa. L’obiettivo è comprendere se e come queste dinamiche relazionali possono diventare un incontro di potenzialità.
I figli di Maryam attualmente hanno 16 e 13 anni, sono consapevoli del problema di dipendenza della paziente. Il maggiore, che inizialmente prova rabbia verso Maryam, quando questa inizia a mantenere l’astensione si mostra supportivo e comprensivo. La rabbia da protesta si trasforma progressivamente in presenza e condivisione di esperienze. La figlia minore rimane sullo sfondo, un passo indietro, a guardare cosa accade.
I figli rappresentano una forte spinta motivazionale per Maryam, che, attraverso l’astensione dal bere sente di poter superare il senso di colpa (causato dalla consapevolezza della sofferenza procurata ai ragazzi) e cerca di ricostruire il legame.
La presenza di figli minori è un elemento da trattare con estrema delicatezza nella presa in carico di una persona con problemi di dipendenza da sostanze. Anche se non direttamente presenti infatti, i minori necessitano di attenzione e tutela da parte dei terapeuti. In questo caso la coppia genitoriale e la rete familiare quando il trattamento inizia garantiscono una genitorialità tutelante; in ogni caso l’importanza di questo aspetto viene affrontato con i partners ed integrato negli obiettivi del trattamento stesso.
Conclusioni e riflessioni
L’astensione di Maryam si mantiene per tutto il periodo estivo. Maryam prosegue nel trattamento fino a settembre, poi, alla ripresa delle routine lavorativo-scolastiche da parte dei familiari, interrompe il percorso perché sente che le richieste del suo ambiente famigliare “non sono più compatibili con l’impegno del trattamento”, ripetendo lo schema noto. Il caso si chiude con dimissioni non concordate, in una condizione di astensione da uso di alcol. Ad oggi non sappiamo se l’astensione è mantenuta, possiamo però dire che dopo più di un decennio di legame indissolubile con l’alcol, Maryam ha sperimentato un periodo (per quanto noi sappiamo certamente fino a 4 mesi fa) senza la sostanza, iniziando a ricostruire un nuovo equilibrio di sé e in sé.
La storia di Maryam appare comune a quella di molte donne, che spesso si presentano ai servizi dopo una lunga storia di uso di alcol.
Donne di mezza età e nell’età di mezzo, che dedicano tempo ed energie alla cura degli altri, spesso spegnendo o ridimensionando velleità di carriera per conciliare la quotidianità di tutti o che al contrario perseguono ambizioni lavorative dovendo scendere a compromessi nell’ambito della vita privata per non annaspare.
Donne che, pur essendo circondate di persone, rimangono a lungo sole e sono poco supportate nelle proprie fragilità, che tendono a mascherare fino a soffocare.
Donne che, cercando un senso alla loro esistenza, sentono di aver preso una direzione in cui non si riconoscono più (o forse mai si sono riconosciute) e si rifugiano in una sostanza come l’alcol: un bicchiere alla sera magari al rientro da lavoro, il piacere della rilassatezza che l’alcol dà e poi un lento scivolare guidate dall’alcol stesso.
Maryam non è un’eccezione clinica, ma uno dei volti di molte donne che arrivano a un servizio come il nostro dopo anni di silenziosa e complice resistenza: accoglierle significa riconoscere il peso dei vuoti che hanno imparato a colmare da sole.
La Redazione