Lo studio, pubblicato sul Journal of Studies on Alcohol and Drugs, non trova alcun effetto protettivo neppure ai bassi consumi e conferma il legame dell’alcol con almeno sette tipi di tumore

Un nuovo studio statunitense certifica che il rischio di morte legato al consumo di alcol arriva al 4% già a due drink al giorno, confermando allo stesso tempo il legame della sostanza con almeno sette tipi di tumore. A lanciare l’allarme è l’Istituto Europeo delle Dipendenze (IEuD), che richiama l’attenzione sulla prevenzione e sull’accesso alle cure, sottolineando come in Italia, secondo l’Istituto Superiore di Sanità, oltre il 90% delle 730.000 persone a rischio non riceva ancora alcun trattamento.
Lo studio mostra che anche consumi considerati moderati comportano rischi per la salute. L’Istituto Europeo delle Dipendenze (IEuD) richiama l’attenzione sulla prevenzione, sull’identificazione precoce e sull’accesso alle cure poiché anche quantità di alcol comunemente percepite come “moderate” non sono prive di rischio. È quanto emerge dall’Alcohol Intake and Health Study, pubblicato nel 2026 sul Journal of Studies on Alcohol and Drugs, che ha analizzato la relazione tra consumo medio di alcol e rischio, nell’arco della vita, di malattia e morte direttamente attribuibili all’alcol negli Stati Uniti.
Lo studio non ha identificato un effetto protettivo netto dell’alcol ai bassi livelli di consumo, mettendo ulteriormente in discussione il mito diffuso secondo cui uno o due bicchieri al giorno, soprattutto di vino rosso, possano “fare bene al cuore”. Il rischio di mortalità attribuibile all’alcol è invece risultato di circa 1 caso su 1.000 persone già intorno ai 7 drink alla settimana, crescendo rapidamente con l’aumentare del consumo. A 14 drink settimanali, due al giorno, il rischio stimato di morte causata dall’alcol raggiunge circa 1 caso ogni 25 persone, pari al 4%.
Si tratta di stime elaborate combinando dati sanitari statunitensi provenienti da diverse fonti e, quindi, i valori assoluti di rischio non possono essere trasferiti automaticamente alla popolazione italiana o europea. Il messaggio di salute pubblica è tuttavia significativo: “moderato” non significa “senza rischio”.
Alcol e tumori: il rischio cresce anche a bassi consumi
L’alcol è riconosciuto come sostanza cancerogena ed è associato ad almeno sette tipi di tumore, tra cui quelli della mammella, del colon-retto, del fegato, della bocca e dell’esofago. Le evidenze disponibili indicano che, per il rischio oncologico, non esiste una quantità di alcol completamente priva di rischio. Questo non significa che chi beve occasionalmente svilupperà un tumore, ma che la probabilità aumenta progressivamente con l’esposizione: meno alcol si consuma, minore è il rischio.
In Europa un adulto su dieci presenta un disturbo da uso di alcol
Il nuovo studio arriva in un contesto particolarmente rilevante per l’Europa, che continua ad essere la regione del mondo con i più elevati livelli di consumo di alcol. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’11% degli adulti nella Regione Europea ha un problema da Alcohol Use Disorder (AUD), ovvero manifesta un consumo problematico di alcol ed il 5,9% vive una condizione di vera e propria dipendenza. Nel 2022 il consumo medio nella Regione Europea dell’OMS era ancora pari a circa 9,1 litri di alcol puro per adulto all’anno, il valore regionale più elevato al mondo.
IEuD: non conta soltanto “quanto bevo”, ma quale posto ha l’alcol nella mia vita
Secondo il dott. Emanuele Maria Bignamini, referente scientifico IEuD, parlare di rischio significa andare oltre il semplice conteggio dei bicchieri. La quantità consumata è un indicatore assoluto del rischio biologico, ma per comprendere se si sta sviluppando un problema di dipendenza, che aumenta esponenzialmente i danni dell’alcol sull’organismo e sulla persona, è necessario osservare anche il rapporto che si è costruito con l’alcol e la funzione che il bere assume nella sua vita.
“La domanda non dovrebbe essere soltanto ‘quanto bevo?’, ma anche ‘perché bevo e che cosa succede se non bevo?’. Quando l’alcol diventa uno strumento abituale per rilassarsi, dormire, gestire l’ansia o affrontare emozioni difficili, è il rapporto con la sostanza che sta cambiando, anche in persone che continuano a lavorare e a condurre una vita apparentemente regolare. Riconoscere precocemente questi segnali e rivolgersi a professionisti qualificati permette di valutare il problema senza stigma e di intervenire prima che compaiano conseguenze più gravi”.
Tra i segnali da non sottovalutare rientra la relazione tra gli stati d’animo piacevoli e spiacevoli e l’assunzione o l’astensione dall’alcol, e naturalmente l’aumento progressivo delle quantità, la difficoltà a rispettare i limiti che ci si era prefissati, il bisogno di bere per affrontare determinate situazioni o emozioni, la perdita di controllo, gli episodi di consumo eccessivo e il continuare a bere nonostante conseguenze fisiche, psicologiche, familiari o professionali. L’obiettivo non è quindi etichettare la persona come “dipendente” sulla base di una soglia, ma intercettare il problema quando è ancora possibile modificarne più facilmente l’evoluzione.
In Italia oltre il 90% dei casi rimane sommerso
In Italia, l’Istituto Superiore della Sanità stima circa 730.000 persone (circa 480.000 uomini e 250.000 donne) con un consumo dannoso di alcol tale da richiedere un trattamento clinico. Eppure meno di una su dieci accede a qualche forma di cura; oltre il 90% rimane ancora sommerso. Diventa quindi importante, analogamente a quanto è avvenuto per il fumo di tabacco, aumentare la consapevolezza sul fatto che il consumo di alcol, seppure considerato “normale” o socialmente accettabile possa avere conseguenze per la propria salute. Per questo la prevenzione deve parlare anche a chi non si percepisce come una persona a rischio, spostando l’attenzione dal giudizio sul comportamento alla conoscenza concreta degli effetti dell’alcol su salute, sicurezza e qualità della vita. Nelle nuove generazioni emergono segnali contraddittori, in parte incoraggianti, seppure ma non univoci. Da una parte cresce l’attenzione verso la sicurezza alla guida e le sanzioni e la patente, la forma fisica, le calorie, il sonno, la lucidità e il benessere psicofisico. Dall’altra, restano diffuse modalità di consumo episodico intenso, come il binge drinking, che possono convivere con una minore frequenza complessiva del bere. È quindi proprio su questi segnali misti che occorre lavorare: valorizzare una maggiore sensibilità verso salute e controllo di sé, senza trasmettere il messaggio fuorviante che bere meno o meno spesso significhi automaticamente bere senza rischi.
Fonte: Il Giornale d’Italia


