Ma l’alcol non viene percepito come sostanza potenzialmente pericolosa, come elemento normale della vita sociale

Essere dipendenti da sostanze, da farmaci, da alcol, da gioco d’azzardo è un problema di salute? Se lo chiede l’americano Journal of Addiction Medicine che ha condotto, in USA, una ricerca su un campione di 5.250 soggetti: quasi un quarto degli intervistati, il 23%, non considera la dipendenza un problema di salute. Il 17% ha affermato con certezza che non lo è, il 6% dichiara di non saperlo. Non si tratta di una quota residuale: e da come si definisce un problema deriva l’impostazione delle soluzioni. Chi non riconosce la dipendenza come patologia tende a ritenere inefficace il trattamento medico, a svalutare la prevenzione e l’intervento precoce, e si dichiara meno disponibile ad aiutare un familiare o un amico in difficoltà. In Italia, l’Istituto Europeo delle Dipendenze (IEuD) torna a interrogarsi su questa domanda cruciale: come viene percepita la dipendenza nella società italiana? È davvero riconosciuta come un problema che richiede attenzione e cura, oppure viene ancora ridotta a una questione di volontà e di scelta individuale, tra sensi di colpa e pregiudizi?”Molto frequentemente si riscontra una cultura che riconduce la cessazione del comportamento tossicomanico alla sola buona volontà del soggetto, minimizzando gli aspetti psicologici e medici – dice Emanuele Bignamini, referente scientifico di IEuD – Questa visione tende a prevalere in assenza di una corretta informazione, spesso si alimenta di esperienze personali non elaborate e di una comunicazione mediatica che presenta l’addiction come comportamento deviante e pericoloso, favorendo un approccio punitivo piuttosto che terapeutico”. L’Italia presenta un contesto socio-culturale profondamente diverso da quello americano. Dispone di un sistema sanitario universale, con servizi gratuiti e accessibili a tutta la popolazione, un elemento che, in teoria, dovrebbe favorire una visione più medicalizzata del problema. Eppure, nell’esperienza quotidiana di IEuD, la realtà è più complessa. Un caso particolarmente emblematico, in Italia, è quello dell’alcol. Il consumo di bevande alcoliche è storicamente radicato nella socialità e nella quotidianità e l’alcol non viene percepito come sostanza potenzialmente pericolosa, come elemento normale della vita sociale.Questo rende più difficile identificare precocemente i comportamenti problematici – ridotti a preferenze personali o a semplice autoindulgenza – e ritarda l’accesso alle cure, che arriva spesso quando il disturbo è già consolidato.
IEuD ribadisce con forza che la dipendenza è una condizione che coinvolge l’individuo in tutte le sue dimensioni: biologica, psicologica, relazionale e sociale. Non si tratta di un comportamento volontario né di una mancanza di forza di volontà, ma di un disturbo che modifica i meccanismi neurobiologici, condiziona i processi decisionali e si intreccia con fattori ambientali, storie personali e contesti di vita. Ridurla a una scelta individuale significa trascurarne la natura multifattoriale e ostacolare lo sviluppo di risposte terapeutiche efficaci. Anche in Italia, troppo spesso le cure mediche, psicologiche, educative e riabilitative vengono percepite come poco incisive, nonostante offrano risultati concreti. La ricerca di soluzioni rapide e definitive impedisce di riconoscere che il trattamento funziona, ma richiede cambiamenti progressivi e un approccio integrato, continuativo e personalizzato. “IEuD investe in modo significativo nella formazione e nella divulgazione, attraverso corsi e iniziative rivolti sia ai professionisti sia a tutti coloro che sono coinvolti o interessati al tema: pazienti, familiari, insegnanti, educatori, volontari – conclude Emanuele Bignamini – Cambiare la cultura sulla dipendenza non è un obiettivo secondario: è la condizione necessaria perché le cure possano davvero raggiungere chi ne ha bisogno perché solo una comprensione corretta del problema rende possibile un intervento adeguato”.
Fonte: Il Giornale d’Italia

